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I mestieri di una volta, terza
puntata.
I FABBRI E I MANISCALCHI (i frer)
Iginio
Bottani

"a chi ha vissuto in un certo mondo
l’impareggiabile possibilità di riassaporare colori, sensazioni e suoni
lontani; e a chi non l’ha vissuto dar modo di incontrare e di capire , e ,
perché no, amare, figure che sono parte della nostra storia, quella vera,
quella di tutti i giorni".
Nei miei
precedenti articoli affermavo non senza un certo orgoglio di aver goduto
del privilegio di essere nato e di aver vissuto tutta la fanciullezza e
giovinezza al Serraglio, mitico borgo alla periferia di Buscoldo, abitato
da straordinarie persone di profonda umanità e ricco di favolose botteghe
artigiane e di impareggiabili personaggi che le frequentavano e dove
anch'io mi ritrovavo a meraviglia, assaporando una cultura ed un modo di
vivere semplice, austero, sobrio e soprattutto condiviso da
tutti. Ebbene, devo ora
confessare che questi sentimenti, che queste sensazioni non le ho mai
provate per le botteghe del fabbro - maniscalco. Anzi, sia che passassi a
piedi o in bicicletta, mi tenevo sul lato opposto alla bottega del fabbro
ferraio, che mi incuteva un senso di paura e di mistero. A quei tempi non vi era borgata che non avesse il suo fabbro, quasi
sempre la sua bottega era vicina a quella del falegname: le loro attività
erano in simbiosi. La professione si tramandava di padre in figlio e ciò
per molte generazioni. Nacque così la tradizione di accompagnare il nome
di battesimo di quegli artigiani con l'aggiunta del loro mestiere: Mariu
frer, Luis frer, Ricu frer, Ginu frer e così via dicendo. Il fabbro esaltava il suo estro
creativo e la sua arte con produzioni in ferro battuto quali: cerchi ed
altre attrezzature per carri, inferriate "a botte", porte interne e
portoni finemente lavorati e le diffusissime code di carri agricoli,
raffiguranti serpenti, bisce a due teste, lucertole ed altre figure
zoomorfe: si trattava di autentiche opere d'arte! Spesso il fabbro vestiva anche i panni del maniscalco e del
riparatore tuttofare. A lui ricorrevano perciò le "rasdure" per la
riparazione di pentole, di "stagnadi", di scaldine e quant'altro di
pertinenza della casa. In questi casi l'artigiano ci rimetteva un tantino
del suo prestigio professionale, ma in compenso ci guadagnava. La
bottega del fabbro- maniscalco era di solito uno stanzone nero di fumo che
incuteva un certo timore in noi bambini; immaginavo fosse così l'ingresso
dell'Inferno di cui ci parlava la maestra di catechismo e, qualche anno
dopo, paragonavo l'officina all'antro di Vulcano intento a forgiare le
armi per il "Pelìde Achille". Sul braciere della fucina la fiamma
ondeggiava con lingue di fuoco gialle, rosse ,violette. Sulle pareti,
appese a grossi chiodi, robuste tenaglie dalle ganasce lucenti, pinze
enormi, martelli di varie
dimensioni e tanti ferri di cavallo che, a contrasto col nerume
dell'ambiente, sembravano d'argento. I colpi sonori, a cadenze ritmate,
del martello sull'incudine, si diffondevano in tutto il borgo:
percuotevano e rimbalzavano tra i muri delle case con un timbro assordante
che incuteva timore. L'operazione di ferrare i cavalli era sicuramente
quella che destava più curiosità in noi bambini. All'interno il maniscalco
lavorava alla fucina, teneva saldamente il ferro sulla fiamma finché
diventava rosso come la brace e via via incandescente. Lo portava allora
sull'incudine e qui, sotto i colpi sonori e possenti del martello, tra
mille scintille il ferro assumeva la forma adatta allo zoccolo del
cavallo. Dopo aver limato l'unghia dove era più irregolare, passava il
ferro rovente allo zoccolo fissandolo con lunghi chiodi cuneiformi. Si
sentiva lo sfrigolio, accompagnato da una nube biancastra che avvolgeva
gli addetti ai lavori ed un odore pungente invadeva la strada. A lavoro
ultimato il maniscalco assestava una manata sul posteriore del cavallo e
poi…sotto un altro! In assenza
di clienti "al frer", con calcolo previdenziale, preparava ferri per
cavalli, asini e muli di varie misure, pronti per l'uso, che venivano
appesi (a mo' di trofei) al muro della bottega per essere scelti al
momento opportuno. Al sopraggiungere del cliente era sufficiente
un'occhiata allo zoccolo dell'animale per stabilire la scelta su
misura. Ferro, chiodi di varie forme e dimensioni, carbone, carbonella
ed il preziosissimo "carburo" (che serviva per la saldatura dei
metalli ma…soprattutto per fare esplodere i barattoli e far divertire noi
ragazzi in pericolosi, ma coinvolgenti esperimenti scientifici) venivano
acquistati a Mantova, in genere dalla ditta Posio, presso i magazzini
dell'Azienda del Gas, dalla ditta Celestri Belfiore) e da altri fornitori
e trasportati dai "corrieri" Chiari Marco detto Marchin, Bigiu dal Puc,
Zamboni Attilio detto Modena. Nel ricordare i più popolari fabbri-
maniscalchi buscoldesi non si può non partire da Valli Attilio, detto "il
nobile" per la sua orgogliosa appartenenza alla categoria dei maniscalchi
(precisava spesso di essersi "diplomato in mascalcia presso l'Istituto
Tecnico Ponzoni Cimino di Cremona").Suo allievo fu per vari anni Mortara
Giuseppe.Vanno ricordati inoltre Lanza Guido alla Galvana con i dipendenti
Vernizzi Ermes e Gelati Ernesto ed il figlio Leano, Galvani Arrigo ai
Ronchi, sempre ai Ronchi Mazzocchi Adone coi figli Giusto (Fumìn) e Liano;
Bassani Ettore ed il figlio Mario al Serraglio, Tei Desiderio ai Casotti
prima ed al Serraglio poi, Fornaciari Gino che prima a Scorzarolo poi nel
nostro paese si era specializzato nella costruzione di favolosi aratri ed
il suo allievo Saccenti Dacirio. Non pochi erano i buscoldesi che
gravitavano su paesi limitrofi e ricorrevano all'arte dei fabbri locali: i
più noti erano Malvezzi Riccardo con i figli Franco e Bruno a San Lorenzo,
molto noto anche Boari Archimede di Montanara.
Vanno qui citati anche Mazzocchi Adrasto coi figli Mario
e Ottorino ed i fratelli Telemaco e Rosolino Salardi che si
specializzarono nell'arte di realizzare pozzi ed impianti idrico sanitari
e di riscaldamento.

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Guido Lanza e i suoi
collaboratori alla Galvana |
Nell'articolo
precedente dedicato ai Falegnami ( i marangun) per un
fortuito errore tecnico nella stampa non è apparso un valente maestro
falegname di Buscoldo Montanaro Elvino, dipendente prima di Panini Aldo
(Boris), poi di Galli Nearco ed in seguito maestro
artigiano. |